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09.12.2011
I fatti sono avvenuti, a quanto risulta dalle contestazioni, dal 2007 alla prima metà del 2010.
Sunny land (la cui attività di commercializzazione è attualmente certificata da ABCERT, filiale dell'omonimo organismo di controllo tedesco, mentre l'attività d'importazione è certificata da Ecogruppo Italia) stoccava e distribuiva orzo, mais, grano duro, favino, lino, miglio, avena, medica, pisello proteico, colza, grano tenero, sorgo, soia, spelta e girasole.
Niente ortofrutta, nonostante la stampa ne abbia parlato: le società coinvolte non risultano iscritte alla Banca nazionale dati operatori ortofrutticoli gestita da Agecontrol e senza tale iscrizione non è materialmente possibile la commercializzazione di tali prodotti.
L'azienda sosteneva di aver istituito un sistema di tracciabilità "Organic Agricultural Food System" che coinvolgeva 4.000 ettari in nord Italia, 4.000 nel centro Italia, 16.000 in Romania e 9.300 in Moldova e vantava un sofisticato sistema di tracciabilità e rintracciabilità.
L'inchiesta ha fatto emergere l'ipotesi che importasse prodotto convenzionale dalla Romania, con certificati di QC&I International Romania (società collegata con l'organismo tedesco di certificazione QC&I) da questa disconosciuti.
In Italia i certificati originali venivano verificati chiedendo all'emittente conferma della validità; emerge dalla documentazione che, non avendola ottenuta, non veniva rilasciato il certificato, con declassamento del prodotto a convenzionale; le partite che derivavano dalla suddivisione della partita importata sarebbero comunque state commercializzate grazie a certificati falsificati.
L'impianto accusatorio si fonda su tali ipotesi:
1 - In Italia, il dirigente locale infedele di un organismo di controllo avrebbe costruito a tavolino i Piani di produzione di svariate aziende, inserendo così nel circuito biologico quantità "potenziali" di prodotto che non era neppure stato seminato o che era stato prodotto in misura inferiore.
2 - Sunny Land (che peraltro stipulava anche contratti di acquisto con aziende effettivamente biologiche, con le quali intratteneva normali rapporti commerciali) dal 2007 avrebbe integrato queste produzioni regolari con importazioni illegali, facendo poi figurare che l'acquisto si riferisse alle partite di prodotto neppure seminate o prodotto in misura inferiore scaturite dalla falsificazione descritta al punto precedente. La maggior parte del prodotto commercializzato sarebbe così derivata da agricoltura convenzionale (prevalentemente estera) e sarebbe quindi stata scortata da certificati falsi o falsificati; società «cartiere» avrebbero emesso false fatture a copertura. Tali «cartiere», in molti casi, avrebbero notificato e sarebbero recesse dal sistema di controllo in tempi brevissimi, al fine di non rientrare negli elenchi che gli organismi devono trasmettere alle Regioni entro il 31 dicembre di ogni anno, evitando così l'ulteriore controllo che viene effettuato dall'organismo di controllo in sede centrale.
3 - Un ispettore infedele dello stesso organismo di controllo avrebbe attestato nei verbali di visita ispettiva coltivazioni inesistenti o per superfici maggiori, aggiustando i Piani di produzione aziendale o facendo figurare come effettuate (o effettuando lui stesso apocrifamente) delle notifiche di variazione: diverse aziende di produzione avrebbero disconosciuto le "loro" notifiche di variazioni esibite loro dalla Guardia di Finanza.
4 - Per rendere più complessa la tracciabilità, l'azienda avrebbe "venduto" (in realtà avrebbe soltanto emesso fatture) ad altre aziende complici (anch'esse caratterizzate da un frequente cambio di organismo di controllo): la stessa partita, pur senza muoversi dai silos, era oggetto di ripetute cessioni inter-gruppo per confondere le acque. Gli organismi di controllo delle aziende acquirenti, visto il certificato originale di QC&I International Romania -da questa disconosciuto- e quello italiano che lo confermava -falso-, emettevano un proprio certificato e così via.
È il motivo per cui la Guarda di finanza parla di centinaia di migliaia di tonnellate e di centinaia di milioni di euro: se la stessa partita viene "venduta" all'interno del gruppo 15 volte, la Guardia di Finanza la conteggia 15 volte (in quanto 15 sono le fatture false, e tanto per lei vale).
Parte del raggiro sarebbero anche 2 aziende svizzere amministrate da italiani; a quanto apprendiamo, il prodotto sarebbe stato in parte prevalente commercializzato all'estero: non a caso i PM sono voltati all'Aja, all'Eurojust (l'organo che promuove il coordinamento di indagini e procedimenti giudiziari fra gli Stati membri contro le forme gravi di criminalità organizzata e transfrontaliera) e già alla prima fase dell'indagine la Guardia di Finanza ha collaborato con l'Europol.
È stato disposto il sequestro preventivo di 2.500 tonnellate di prodotto (che al momento si sospetta non biologico, ma del quale si esclude la nocività: alla peggio, si tratta di prodotto convenzionale; saranno gli sviluppi del procedimento a confermare o meno la conformità del prodotto al metodo biologico); sono stati sequestrati documenti e personal computer.
L'indagine è partita da controlli nell'azienda di Caterina Galbiero, il cui volume d'affari era passato da circa 1,5 milioni l'anno a quasi 60 nel volgere di un paio d'anni (al momento non è però noto quanta parte del fatturato sia dovuta a cessioni fittizie "intergruppo").
L'organismo di controllo ha sollevato dall'incarico il proprio dirigente locale già a luglio 2010, non appena dalle verifiche interne avviate in autocontrollo sono emersi comportamenti irregolari e a settembre 2010 ha rotto il contratto con lui e con il tecnico esterno complice, segnalandoli alla magistratura, che così ha avuto modo di integrare all'ipotesi di reato della frode fiscale quella della frode in commercio. Da allora sono partite azioni correttive e procedure di autocontrollo più stringenti in tutti gli organismi di controllo.
Le prime perquisizioni e i primi sequestri di documenti risalgono a luglio 2010.
Tutti gli organismi di controllo hanno avviato subito la collaborazione con la Guardia di Finanza, supportandola con la fornitura di documenti e dati.
Gli organismi di controllo parte lesa nella frode e FederBio hanno annunciato che si costituiranno parte civile nel processo.
I tentativi di frode sono scoperti dagli organismi di controllo e dalle autorità pubbliche e sono puniti con rigore della legge, in quanto danneggiano non soltanto gli acquirenti, ma portano discredito su un intero settore.
Nessun comparto dell'agro-alimentare ha controlli più stretti di quello biologico, ma nemmeno il miglior sistema di controllo può impedire attività criminali.
Può funzionare da deterrente e, come in questo caso, scoprire o aiutare a scoprire più facilmente la frode per mettere i criminali in condizioni di non nuocere.
Gli indagati sono
1) Caterina Albiero, 47 anni, imprese Bioagri sas e La Spiga srl
2) Andrea Grassi, Società agricola Fattoria della Speranza e broker
3) Angela Nazaria Siena, Bioecoitalia srl, Terrasana sas, Centro cereali srl, Agridea SA (Svizzera), Life Group Holding sa (Svizzera), Agripoint società agricola srl
4) Luigi Marinucci, Sunny Land Spa e Società Agricola Marinucci;
5) Davide Scapini, Sunny Land e Terre del sole.
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